Il nuovo volto del potere: dalla sorveglianza dei corpi alla seduzione dei dati

C’è una domanda che attraversa la storia del pensiero politico e che oggi si ripropone con un’urgenza inedita: cos’è il potere, davvero? Non la sua forma più rozza — quella della forza bruta, dell’imposizione — ma quella più sottile, quasi invisibile, che si insinua nelle nostre giornate senza che ce ne accorgiamo. Per rispondere, vale la pena partire da un dato antropologico che spesso diamo per scontato. L’essere umano non si limita a reagire agli stimoli come ogni altro vivente: prevede il proprio futuro, adatta il proprio comportamento, e soprattutto possiede la capacità — unica nel mondo naturale — di autodeterminarsi razionalmente. È in questa possibilità di libertà, e nella consapevolezza del suo carattere vincolante, che si gioca l’esperienza morale fondamentale dell’uomo. Ogni riflessione sul potere, per essere onesta, deve partire da qui: da un soggetto capace di scegliere, e quindi anche capace di essere condizionato nella sua scelta.

 Il linguaggio come habitat, non come strumento

Prima ancora di parlare di potere, bisogna riconoscere l’ambiente in cui il potere agisce: il linguaggio. Non è un semplice strumento di comunicazione, ma l’habitat stesso della nostra esistenza — lo spazio in cui pensiamo, sentiamo, ci formiamo, trasmettiamo esperienza. Non significa che il linguaggio ci determini in modo meccanico, ma che con esso siamo in un rapporto di trasformazione reciproca: lo abitiamo e ne siamo abitati. Ed è proprio in questo tessuto linguistico che il potere trova la sua forma più concreta ed efficace, perché è lì che si costruisce — o si smonta — il consenso.

 Da Russell a Chomsky: il potere che persuade

Già a metà Novecento Bertrand Russell intuiva i rischi di un “potere meccanico”, capace di una fredda inumanità: un’oligarchia di esperti in grado, grazie al progresso tecnico, di esercitare un dominio pressoché totale, indipendente dal consenso popolare. Un’intuizione che oggi suona profetica.

Noam Chomsky ha approfondito la stessa preoccupazione da un’altra angolazione, osservando come nella società delle reti il potere non abbia più bisogno di censura esplicita: gli basta controllare l’informazione. Il suo celebre “modello della propaganda” descrive un sistema di filtri — la proprietà dei media concentrata in grandi gruppi economici, la dipendenza dalla pubblicità, la necessità di assecondare le fonti ufficiali — che orienta silenziosamente l’opinione pubblica verso gli interessi delle élite, senza che nessuno debba imporre nulla con la forza.

 Byung-Chul Han: quando il potere si nasconde nel “sì”

È però il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han a offrire la lettura più radicale — e più inquietante — del potere contemporaneo. Per Han, il potere più efficace non è mai quello che ferisce né quello che persuade con le idee: è il potere disciplinare che si insinua nel corpo, che crea abitudini, che si naturalizza attraverso l’habitus fino a farci percepire come destino — o come libera scelta — ciò che in realtà è condizionamento. Il potere autentico, secondo Han (erede dichiarato della Scuola di Francoforte), non ha bisogno di violenza: si nutre di libertà e di consenso. Si presenta come ovvio, quotidiano, come un “sì” che permea ogni gesto della vita sociale. Con l’avvento del digitale, questa logica si radicalizza in quella che Han chiama infocrazia: un regime che non punta più sui corpi, come il potere disciplinare descritto da Foucault, ma sui dati. Non impone, seduce. Non vieta, stimola. Sfrutta la libertà percepita dell’individuo, riducendolo — è l’immagine più cruda del testo, ripresa da Simone Weil — a una “bestia da dati e consumo”, la cui libertà si esaurisce nel cliccare, mettere like, postare.

 La trasparenza come coercizione

Il paradosso più insidioso di questo sistema è che si presenta sotto le spoglie della benevolenza: i social media, i motori di ricerca, gli assistenti vocali sembrano offrirci comodità, non sottometterci. Le persone si espongono volontariamente, convinte di esercitare la propria libertà, mentre in realtà alimentano la propria “protocollizzazione”. La trasparenza, per Han, non è un ideale di accesso alla conoscenza: è una coercizione sistemica, che elimina ogni opacità, ogni segreto, ogni alterità — tutto ciò che potrebbe interrompere il flusso ininterrotto (e monetizzabile) dei dati. Il risultato è un individuo progressivamente svuotato della propria interiorità, “de-psicologizzato”, trasformato in oggetto quantificabile. Non è un caso che Han rilegga in questa chiave persino Jean-Jacques Rousseau, definendolo — con un’intuizione tanto provocatoria quanto illuminante — il “primo dataista”: la sua idea di una volontà generale accertabile per via aritmetica, senza reale comunicazione tra le persone, anticipa la razionalità digitale che oggi calcola e orienta le nostre scelte prima ancora che diventino consapevoli, attraverso la psicometria e la psicografia dei Big Data.

 Dalla democrazia all’Infocrazia

Le conseguenze per la vita democratica sono profonde. Una società satura di informazioni — comprese fake news e teorie del complotto — diventa paradossalmente una società della sfiducia, dove il discorso razionale viene eroso dalla velocità, dalla frammentazione, dalla prevalenza dell’emozione sulla ragione. La sfera pubblica si polverizza in bolle di filtraggio e sciami digitali autoreferenziali, sordi al confronto reale con l’alterità. Il cittadino, spogliato della propria capacità di agire politicamente, degrada a consumatore che clicca il proprio consenso o il proprio dissenso, senza più assumersene la responsabilità comunitaria. La democrazia scivola così verso l’infocrazia: un sistema gestito da esperti e tecnici del dato, che promette efficienza ma erode la deliberazione condivisa. Nel punto più estremo di questa deriva, la distinzione tra chi sorveglia e chi è sorvegliato si dissolve: ognuno diventa contemporaneamente big brother e prigioniero, dentro quella che Han chiama una “prigione digitale trasparente”. Non veniamo distrutti da ciò che temiamo, ma — è forse la sua intuizione più tagliente — da ciò che crediamo di amare: la comunicazione, il consumo, l’illusione di una libertà senza limiti.

  Perché questo ci riguarda tutti

Da questo itinerario — Russell, Chomsky, Foucault, Han — emerge un potere dal duplice volto: una forza che coercisce e impone, e una forza più sottile che plasma il modo stesso in cui sentiamo, pensiamo, desideriamo. È quest’ultima la sfida più grande per chi, come consulenti, educatori, amministratori, cittadini attivi, si occupa ogni giorno di organizzazioni, comunità, persone. Non si tratta di demonizzare il digitale, né di rifugiarsi in una nostalgia impraticabile. Si tratta, piuttosto, di recuperare uno sguardo critico e — soprattutto — un radicamento etico: ricordare che dietro ogni dato, ogni algoritmo, ogni “mi piace”, c’è un soggetto capace di libertà e di responsabilità morale. È proprio questa capacità che nessuna infocrazia può davvero possedere, ma che ciascuno di noi può scegliere, ogni giorno, di non cedere.

Perché la vera resistenza al potere che si nasconde nel consenso non è il rifiuto della tecnologia, ma la coltivazione instancabile della coscienza critica — la sola cosa che nessun algoritmo può calcolare al posto nostro.

Roberto Lorusso
CEO & FOUNDER 
Duc in Altum srl Società benefit

PS: Questo articolo introduce alcuni dei temi al centro di un percorso di riflessione più ampio su potere, etica e tecnologia. Ispirato a Paolo Benanti, dal suo libro “La nuova logica del dominio” (Editori Laterza), ho rielaborato le idee per un pubblico ampio. Nei prossimi contenuti approfondiremo come queste dinamiche si traducano in scelte concrete per organizzazioni, istituzioni e comunità.