Gli artefatti non sono mai neutri: tecnologia, potere e responsabilità umana

C’è un’idea che diamo troppo spesso per scontata: che la tecnologia sia “solo uno strumento”, buono o cattivo a seconda di come lo si usa. Un ponte è un ponte, un algoritmo è un algoritmo — la responsabilità, si pensa, sta tutta in chi lo usa. In questo articolo proviamo a smontare questa idea, seguendo un percorso che va dalla filosofia della tecnica fino alla cultura delle organizzazioni, per arrivare a una conclusione tutt’altro che teorica: se vogliamo un’etica della tecnologia che funzioni davvero, dobbiamo occuparcene prima, non dopo

 Un artefatto non esiste senza l’attività umana che lo genera

Partiamo da una definizione semplice ma importante: un artefatto tecnologico è un oggetto che nasce da un’attività umana specifica. Non esisteva prima di quell’attività, e non lo si può capire davvero se lo si stacca dal contesto per cui è stato pensato. Un martello ha senso solo dentro una storia di mani, chiodi, costruzioni. Ma c’è una seconda relazione, altrettanto importante: l’artefatto, una volta usato, trasforma l’attività per cui era stato pensato. Cambia il modo in cui percepiamo e ci muoviamo nel mondo, cambia come pianifichiamo le nostre azioni, cambia persino le relazioni sociali. Chi usa uno smartphone non fa solo “la stessa cosa di prima ma più velocemente”: pianifica, ricorda, si relaziona in modo diverso da chi non lo usa. Il filosofo Don Ihde ha chiamato questo fenomeno intenzionalità tecnologica: ogni tecnologia porta con sé un modo proprio di orientare la relazione tra l’essere umano e il mondo. Non è la stessa cosa usare una lettera o un messaggio istantaneo per dire “ti penso” — cambia il gesto, i tempi, l’attesa, persino l’intensità del sentimento che riusciamo a esprimere. Questa prospettiva — nota come svolta empirica nella filosofia della tecnologia, affermatasi tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila — ha segnato un cambiamento decisivo. Studiosi come Peter-Paul Verbeek e lo stesso Ihde hanno mostrato che gli artefatti non sono strumenti inerti nelle mani dell’uomo, ma agenti attivi che contribuiscono a dare forma alle nostre vite: mediano le nostre relazioni con il mondo, influenzano ciò che percepiamo, come agiamo, cosa decidiamo.

 I ponti che escludevano le persone: la lezione di Langdon Winner

C’è un esempio, diventato quasi un classico, che rende tutto questo molto concreto: i ponti costruiti da Robert Moses a New York. Erano bassi — troppo bassi per far passare gli autobus pubblici. Il risultato, secondo la ricostruzione di Langdon Winner, è che le spiagge raggiungibili con quei ponti restavano di fatto accessibili solo a chi possedeva un’automobile privata: la popolazione bianca e benestante. Chi si spostava con i mezzi pubblici — spesso le famiglie afroamericane più povere — ne restava escluso. Il ponte “funzionava” perfettamente per lo scopo dichiarato: far passare le auto. Ma dentro quella scelta progettuale c’era già, silenziosamente, una decisione politica su chi poteva accedere e chi no. Winner ne trae una conclusione che vale la pena portarsi a casa: se il nostro modo di valutare la tecnologia non include un’attenzione al significato delle scelte progettuali, resteremo ciechi davanti a ciò che conta davvero.

E c’è un dettaglio che trovo particolarmente importante: la carriera di Robert Moses è finita da tempo, ma quei ponti — con tutto ciò che rendono possibile o impossibile — sono ancora lì. Il potere, una volta incorporato nell’artefatto, sopravvive a chi lo ha progettato. Questo è forse l’aspetto più delicato di tutta la questione: le tecnologie che costruiamo oggi continueranno a produrre effetti — inclusivi o escludenti — molto oltre la nostra vita professionale, e spesso oltre la nostra stessa vita. Andrew Feenberg ha portato questo ragionamento un passo oltre, con la sua teoria critica della tecnologia: non dobbiamo pensare che la tecnologia segua un suo corso inevitabile (determinismo tecnologico), né che sia un puro mezzo neutro (strumentalismo). È piuttosto un campo di contestazione politica, uno spazio dove interessi e progetti diversi si confrontano — e qualcuno vince, qualcuno perde.

 La cultura nascosta dentro le organizzazioni: la lezione di Edgar Schein

Se Winner e Ihde ci aiutano a vedere il potere e l’intenzionalità dentro gli oggetti tecnici, lo psicologo organizzativo Edgar Schein ci offre uno sguardo complementare, applicato alle organizzazioni: come mai un’azienda o un gruppo, di fronte allo stesso problema, reagisce sempre nello stesso modo, anche quando quel modo non funziona più? Schein individua tre livelli della cultura organizzativa: Gli artefatti visibili — non solo oggetti tecnologici, ma anche l’architettura degli spazi, il linguaggio usato, lo stile di abbigliamento, i riti, le storie che si raccontano in azienda. Sono la superficie, ciò che si vede subito. Ma da soli sono difficili da interpretare: rischiamo di proiettarci sopra le nostre impressioni, senza capire davvero cosa significhino per chi li vive dall’interno. I valori dichiarati — ciò che un’organizzazione afferma apertamente di voler perseguire: “la qualità prima di tutto”, “il cliente al centro”. Sono importanti, danno una direzione. Ma Schein avverte: spesso restano teorie dichiarate, che non coincidono con ciò che le persone fanno davvero quando sono sotto pressione. Le assunzioni di base — il livello più profondo, quasi sempre inconsapevole. Sono convinzioni che si sono formate perché, in passato, hanno funzionato per risolvere problemi reali, e che con il tempo sono diventate scontate, indiscutibili. Chi non le condivide viene percepito come “strano”, quasi come un estraneo. Sono il vero DNA culturale del gruppo — ed è per questo che sono così difficili da cambiare: metterle in discussione genera ansia, resistenza, difesa. Il parallelo con quanto detto sopra è chiaro: ogni artefatto tecnologico rimanda a qualcosa di più profondo — un valore, un’assunzione, un modo condiviso di stare al mondo — che lega le persone di un gruppo. Il potere non abita solo l’oggetto in sé, ma il tessuto simbolico e culturale che quell’oggetto porta con sé e rinforza nel tempo.

 Perché tutto questo riguarda l’etica — e riguarda le persone

Arriviamo così al punto che, per me, conta davvero. Se il potere può prendere forma stabile in un artefatto, e da lì continuare a plasmare mentalità e comportamenti anche a lungo termine, allora l’etica non può limitarsi a intervenire dopo, quando il danno è già stato fatto. Deve entrare prima, nel momento stesso in cui l’artefatto viene pensato e progettato. Questo significa, concretamente: – Riconoscere che gli artefatti tecnologici non sono moralmente neutri. Configurano ciò che le persone possono o non possono fare — e quindi hanno una rilevanza morale intrinseca, non solo nell’uso ma già nella progettazione. – Costruire una responsabilità progettuale condivisa. Eticisti, ingegneri e designer dovrebbero lavorare fianco a fianco, non in sequenza. L’etica non è l’ultimo controllo prima del lancio: è una domanda che accompagna ogni scelta tecnica. – Puntare a tecnologie integrabili nella vita delle persone, capaci di inserirsi senza alienare, senza estraniare chi le usa dal proprio contesto umano e relazionale.

– Garantire equità e inclusione, chiedendosi sempre: chi resta escluso da questa scelta progettuale? Chi, come nel caso dei ponti di Moses, non potrà mai attraversarla? 

Ecco perché mi piace pensare a questa tensione come al rapporto tra Kratos ed ethos. Kratos è il potere che si è consolidato, che ha trovato nell’artefatto — tecnologico o culturale — un supporto stabile, capace di durare oltre le persone che lo hanno creato. Ethos è invece la forza che nasce da uno sguardo critico sulla realtà, e che cerca di riportare dentro l’artefatto il bene che un gruppo, una comunità, un’organizzazione hanno davvero compreso e voluto — non solo dichiarato.

 Una conclusione, non una chiusura

Dietro ogni oggetto tecnico, per quanto piccolo o quotidiano, ci sono scelte, storie, esclusioni possibili e persone reali che ne subiranno o ne godranno gli effetti — spesso ben oltre la vita di chi lo ha progettato. Occuparsi di etica della tecnologia non significa allora aggiungere un capitolo di regole alla fine di un progetto: significa tenere viva, fin dall’inizio, la domanda più semplice e più difficile di tutte — a chi serve davvero, e chi resta fuori? È in questa domanda, credo, che si gioca la differenza tra una tecnologia che si limita a funzionare e una tecnologia che, davvero, serve alla fioritura umana.

 

Roberto Lorusso
Ceo & Founder 
Duc in Altum srl Società Benefit

Questo articolo introduce alcuni dei temi al centro di un percorso di riflessione più ampio su potere, etica e tecnologia. Ispirato a Paolo Benanti, dal suo libro “La nuova logica del dominio” (Editori Laterza), ho rielaborato le idee per un pubblico ampio. Nei prossimi contenuti approfondiremo come queste dinamiche si traducano in scelte concrete per organizzazioni, istituzioni e comunità.