Nell’era degli oggetti software-defined: chi controlla davvero ciò che possediamo?

C’è un oggetto che, senza che ce ne accorgessimo davvero, è diventato in meno di dieci anni il centro invisibile delle nostre giornate: lo smartphone. Adam Greenfield lo ha definito l’artefatto simbolo della nostra epoca, e non è una definizione retorica. Aprire la porta di casa, pagare un caffè, prenotare un treno, parlare con un amico lontano: azioni un tempo fisiche, distinte, tangibili, oggi sono state assorbite in un unico dispositivo che sta nel palmo di una mano. Questo articolo prova a raccontare, in modo comprensibile, un percorso di pensiero che parte da un gesto quotidiano — sbloccare il telefono — e arriva a una domanda molto più grande: chi ha davvero il potere, oggi, di decidere cosa possiamo fare, sapere e persino pensare?

 La comodità ha un prezzo che non vediamo

Quando tocchiamo lo schermo di vetro del nostro smartphone, non pensiamo a ciò che rende possibile quel gesto: processori, sensori, chip specializzati, onde radio che attraversano lo spazio per farci aprire un’app o riconoscere la nostra voce. Azioni un tempo materiali sono diventate invisibili modulazioni elettromagnetiche. Questa trasformazione ha un nome, coniato nella cultura della Silicon Valley: rimozione dell’attrito. L’idea è semplice e seducente — rendere tutto fluido, immediato, senza ostacoli. Ma dietro questa comodità si nasconde un prezzo che raramente calcoliamo: dipendiamo interamente dalla rete, dalla sua stabilità, dalla sua disponibilità. Se la connessione si interrompe, buona parte della nostra vita quotidiana si blocca con essa. Viviamo quindi in una condizione che potremmo chiamare porosità digitale: i confini tra lavoro e vita privata si dissolvono, l’intimità viene condivisa, le notizie del mondo intero ci raggiungono ovunque e in ogni momento, generando un senso diffuso — e a bassa intensità, ma costante — della sofferenza globale.

 Quando gli oggetti smettono di essere fissi

C’è un secondo passaggio, forse ancora più profondo, che riguarda la natura stessa degli oggetti che ci circondano. Un tempo un oggetto, una volta fabbricato, restava quello che era: un libro stampato rimaneva lo stesso libro nelle mani di chi lo aveva comprato. Oggi non è più così. Automobili che diventano piattaforme autonome grazie a un aggiornamento software. Edifici che riconfigurano i propri ambienti in tempo reale. Dispositivi che, attraverso l’apprendimento automatico, sviluppano capacità che non avevano al momento dell’acquisto. Sono quelli che potremmo chiamare oggetti software-defined: la loro identità e la loro funzione non sono più fissate una volta per tutte, ma dipendono dal software che li governa, un software che può essere modificato da remoto, senza che noi ce ne accorgiamo e spesso senza che venga chiesto il nostro consenso. Non è un cambiamento solo tecnico. È, in un senso profondo, un cambiamento ontologico: cambia la natura stessa di ciò che chiamiamo “un oggetto”. E qui entra in gioco l’intelligenza artificiale, che non si limita a eseguire istruzioni ma apprende, si adatta, modifica il proprio comportamento. Sistemi come i modelli linguistici di ultima generazione non sono più semplici strumenti che processano testo: sono, in un certo senso, interpreti attivi della realtà, capaci di generare significato nella relazione con l’essere umano.

 Il caso Kindle: quando un libro smette di appartenerti

C’è un episodio, avvenuto nel luglio 2009, che è diventato un punto di riferimento in ogni discussione sui diritti digitali. Amazon rimosse da remoto, dai dispositivi Kindle di migliaia di utenti che li avevano legittimamente acquistati, le copie di due libri: 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell. Un’ironia che nessuno scrittore avrebbe saputo inventare meglio. Da allora non si sono più verificati episodi di rimozione massiva paragonabili, ma il caso resta emblematico perché svela qualcosa che riguarda tutti noi: non possediamo davvero i contenuti digitali che acquistiamo, ne abbiamo solo una licenza d’uso. Un libro di carta, una volta stampato, resta immutabile nelle mani di chi lo possiede. Un e-book, invece, rimane costantemente sotto il controllo di chi gestisce l’infrastruttura: può essere modificato, revocato, persino trasformato in qualcos’altro. Chi acquista un Kindle possiede l’hardware, l’oggetto fisico — ma quell’oggetto, senza il software che lo anima, è inutile. È qui che si consuma lo spostamento di potere: restiamo proprietari di qualcosa di fisico la cui natura, però, dipende da un software su cui abbiamo solo una licenza revocabile. Potremmo chiamare questa condizione un dominium dimidiatum, una proprietà dimezzata: il controllo tecnologico prende il posto del controllo giuridico. Chi concede la licenza mantiene il potere di modificare unilateralmente le condizioni d’uso, di revocare l’accesso, persino di cancellare da remoto ciò che avevamo acquistato. È una configurazione che alcuni studiosi non esitano a chiamare feudalesimo digitale: relazioni di dipendenza permanente tra utenti e fornitori di servizi, dove non si acquisisce mai un vero diritto sul bene, ma solo una concessione subordinata al mantenimento del rapporto contrattuale.

 Un potere nuovo: non più fisico, ma computazionale

Tutto questo ci porta a una domanda più ampia sulla natura del potere nel nostro tempo. Il potere tradizionale si fondava sul controllo di risorse fisiche o di istituzioni. Il potere computazionale, invece, si esercita attraverso il controllo delle infrastrutture algoritmiche: chi possiede i sistemi operativi, gli app store, le piattaforme cloud, i protocolli di connessione, ha di fatto la capacità di decidere come milioni di persone interagiscono con il mondo digitale ogni giorno.

 

Questo si traduce in quello che potremmo chiamare capitalismo computazionale: un’economia in cui il valore viene estratto attraverso l’appropriazione algoritmica dell’esperienza umana. Si manifesta in tre modi: – una produzione automimetica, che imita algoritmicamente il comportamento umano per generare valore in modo automatizzato; – un’appropriazione dei dati personali che alcuni definiscono un vero e proprio colonialismo dei dati; – sistemi predittivi e di profilazione che orientano il comportamento delle popolazioni. Attraverso algoritmi di raccomandazione, contenuti personalizzati e meccanismi di gamification, le piattaforme digitali plasmano i nostri processi cognitivi e decisionali, generando quella che potremmo chiamare un’erosione silenziosa della nostra capacità di ragionare in modo autonomo e pubblico.

 Da Weinberger ai grandi modelli linguistici: il quarto ordine

Vent’anni fa, il filosofo David Weinberger descriveva con entusiasmo l’arrivo di un “terzo ordine” della conoscenza: un mondo in cui l’informazione non avrebbe più avuto un’unica forma gerarchica, ma tante forme diverse, utili e persino belle, capaci di dare senso al “tutto miscellaneo” del sapere umano. Era una visione ottimista, quasi democratica: chiunque avrebbe potuto contribuire a organizzare la conoscenza dal basso. Quella visione si è in parte avverata — ma in un modo distorto. Google, e con esso poche altre grandi aziende tecnologiche, ha davvero imparato a estrarre senso dalle connessioni emergenti. Ma questa capacità di ordinamento, invece di restare diffusa e pubblica, si è concentrata nelle mani di poche corporazioni. Gli algoritmi sono diventati gatekeepers automatici, che selezionano e danno priorità alle informazioni che vediamo, esercitando un’autorità che non è più solo economica, ma sempre più politica e sociale. Con l’arrivo dei grandi modelli linguistici, questo processo compie un salto ulteriore. Non si tratta più solo di organizzare informazioni già esistenti: questi sistemi generano nuova informazione, modellano le nostre preferenze, influenzano i nostri processi decisionali in modi mai visti prima. Il rischio, se non affrontato con consapevolezza, è quello di un’egemonia linguistica in cui poche entità private determinano non solo cosa possiamo sapere, ma anche come possiamo pensarlo ed esprimerlo. È come se il terzo ordine di Weinberger si fosse trasformato in un quarto ordine: non più solo organizzazione algoritmica delle informazioni, ma organizzazione algoritmica del pensiero stesso.

 Perché tutto questo ci riguarda, e cosa possiamo farne

A questo punto potrebbe sembrare un quadro scoraggiante, quasi deterministico. Ma il punto di questa riflessione non è arrendersi a una condizione ineluttabile, né tantomeno rifugiarsi in una nostalgia sterile per un mondo “prima della tecnologia” che, peraltro, non è mai davvero esistito senza le sue mediazioni. Il compito è un altro: partecipare consapevolmente e attivamente alla co-costruzione di questa nuova realtà, invece di subirla passivamente. Questo significa, da un lato, riconoscere onestamente le possibilità autentiche che queste tecnologie offrono — capacità estese, esperienze ampliate, forme di intelligenza ibrida che possono davvero arricchire la vita delle persone. Dall’altro, significa non perdere di vista ciò che nell’essere umano riteniamo davvero irrinunciabile: la dignità personale, l’autonomia di giudizio, la capacità di scegliere e di dare senso alla propria esistenza al di là di ciò che un algoritmo suggerisce. Serve, in altre parole, una nuova forma di alfabetizzazione: non solo imparare a usare i dispositivi, ma sviluppare una comprensione critica di come e perché gli algoritmi sono progettati in un certo modo, quali valori portano con sé, che effetti producono sulle nostre vite. È un’educazione che deve tenere insieme la competenza tecnica, la riflessione filosofica e la responsabilità etica — perché solo così potremo abitare consapevolmente un mondo software-defined, senza esserne semplicemente sussunti. La sfida, in fondo, è quella di sempre, solo con strumenti nuovi: mantenere spazi di autodeterminazione umana in un tempo in cui il potere non si esercita più soltanto attraverso le istituzioni, ma attraverso il codice, i dati e gli algoritmi che li governano.

Roberto Lorusso
Ceo & Founder 
Duc in Altum srl Società Benefit

Questo articolo introduce alcuni dei temi al centro di un percorso di riflessione più ampio su potere, etica e tecnologia. Ispirato a Paolo Benanti, dal suo libro “La nuova logica del dominio” (Editori Laterza), ho rielaborato le idee per un pubblico ampio. Nei prossimi contenuti approfondiremo come queste dinamiche si traducano in scelte concrete per organizzazioni, istituzioni e comunità.