La vendetta silenziosa della Gen X (e il conto che ancora dobbiamo pagare)

C’è una generazione che i media hanno spesso liquidato come “dimenticata”, schiacciata tra il mito dei Boomer e il protagonismo dei Millennial. Eppure sono stati loro, i Gen X, a costruire — mattone digitale dopo mattone digitale — le fondamenta su cui oggi poggia l’intera economia della rete. Ogni volta che scorriamo un social network, completiamo un acquisto online o carichiamo un file sul cloud, stiamo camminando dentro infrastrutture che portano la loro firma. Con resilienza e pragmatismo, hanno reso irrilevante il vecchio sistema industriale e riscritto le regole del lavoro e del potere. È una rivincita silenziosa. Ma è una rivincita che, a ben guardare, non ha ancora deciso cosa vuole diventare da grande.

 Un potere che non sa ancora cosa fare di se stesso

Leggendo The Technological Republic, emerge con chiarezza un nodo irrisolto: questa nuova forma di potere — chiamiamolo potere computazionale — non ha ancora scelto se vuole sostituire l’ordine democratico ereditato dalle generazioni precedenti, oppure se accetta di integrarsi in esso. E non è un dettaglio da poco, perché la democrazia, con tutti i suoi limiti, resta una delle conquiste di civiltà più preziose che abbiamo: un sistema pensato — almeno nelle intenzioni — per mitigare le disuguaglianze, non per amplificarle. Ed è proprio qui che la Silicon Valley ha compiuto la sua trasformazione più silenziosa e più radicale: ha preso qualcosa che un tempo veniva concepito come un diritto universale — l’accesso alla tecnologia e all’informazione — e lo ha trasformato in un privilegio riservato a chi ha le risorse per permetterselo. Non è un dettaglio tecnico: è una delle fratture sociali più profonde del nostro tempo.

 Il mito della meritocrazia

Alla base di tutto questo c’è quella che viene chiamata etica hacker: un sistema di valori che divide il mondo in due categorie, capaci e incapaci, senza sfumature intermedie. È un’ideologia comoda, perché giustifica la concentrazione di potere nelle mani di pochi individui ritenuti — per definizione — più intelligenti degli altri. Non è un caso che nella governance di Facebook, Mark Zuckerberg si sia riservato il controllo maggioritario a prescindere da come sia distribuita la proprietà azionaria. La “meritocrazia” della Silicon Valley, spesso citata come valore fondante, è in gran parte un mito utile a legittimare disuguaglianze già esistenti. Anche i leggendari benefit aziendali — cibo gourmet, massaggi gratuiti, uffici da fantascienza — raccontano la stessa storia: non sono più incentivi, sono diventati simboli di appartenenza a una classe privilegiata, una bolla scollata dalla realtà economica della maggioranza delle persone.

 I numeri, per capirci

Le cifre aiutano a dare concretezza al fenomeno. Nella Silicon Valley, il 13% delle famiglie controlla oltre il 75% della ricchezza regionale. Nel 2025, nove persone da sole possedevano il 15% della ricchezza dell’intera area, mentre il gruppo più ricco (circa 9.000 famiglie, l’11% della popolazione) ne controllava quasi la metà. La ricchezza complessiva delle famiglie della zona sfiora i 2.000 miliardi di dollari: se distribuita in modo equo, ogni residente riceverebbe circa 2 milioni di dollari a testa. La realtà è diversa: un quarto della popolazione possiede meno di 5.000 dollari. San Francisco è stata la prima grande città a pagarne il prezzo, con un’impennata dei costi immobiliari che ha costretto centinaia di migliaia di persone ad andarsene.

 Tecnofeudalesimo: il capitalismo che cambia pelle

Su questi numeri si innesta la lettura di Yanis Varoufakis, secondo cui non stiamo assistendo a una crisi del capitalismo, ma a una sua mutazione: il passaggio a quello che lui chiama tecnofeudalesimo. In questo nuovo assetto, le grandi aziende tech si comportano come signori feudali digitali: possiedono le “terre” — cloud, big data, piattaforme — e noi utenti ne diventiamo, di fatto, i servi della gleba. Le piattaforme sono i nuovi manieri dove viviamo gran parte della nostra esistenza sociale e professionale. E come i servi medievali non riuscivano a immaginare una vita fuori dalla protezione (e dal controllo) del loro signore, oggi facciamo fatica a concepire un’esistenza che non passi dai termini di servizio di qualche piattaforma digitale. Secondo Varoufakis, gli algoritmi sono diventati i nuovi arbitri delle relazioni sociali: orientano scelte, comportamenti, convinzioni. Questo controllo, spesso invisibile, crea l’illusione della libertà mentre ci trasforma in ingranaggi passivi del capitalismo digitale. La sua conclusione è netta: la lotta di classe del nostro tempo non è più (solo) tra proletariato e borghesia, ma tra individui e algoritmi, tra chi controlla i dati e chi ne subisce le conseguenze. In questa cornice, l’ascesa di un’oligarchia tecnologica — e la fusione sempre più visibile tra potere finanziario, tecnologico e politico, di cui l’alleanza tra figure come Elon Musk e alcuni leader politici è forse il simbolo più evidente — non è un dettaglio di colore. È una minaccia diretta ai principi di libertà, uguaglianza e responsabilità su cui si regge la governance democratica: promettendo efficienza e innovazione, si rischia di trasformare il governo stesso in un centro di profitto.

 Perché la decentralizzazione non ci salverà da sola

Vale la pena una nota di cautela, perché la storia si ripete più spesso di quanto crediamo. Le utopie digitali contemporanee, come le loro antenate del XVI secolo, attecchiscono nei momenti di fragilità istituzionale: più cala la fiducia nelle istituzioni esistenti, più siamo disposti ad abbracciare soluzioni improbabili. Un’etica della tecnologia seria dovrebbe partire proprio da qui: riconoscere che raramente esistono soluzioni puramente tecniche — i cosiddetti techno-fix — capaci di risolvere problemi che sono, alla radice, sociali e politici. Anche la decentralizzazione, spesso esaltata come virtù assoluta da chi guarda con fiducia a blockchain e criptovalute, è in gran parte un’illusione. Le reti possono abilitare comunicazione peer-to-peer e far sparire l’apparenza di un’autorità centrale, ma nella pratica la politica si infila comunque in ogni nodo della rete. Non esistono spazi davvero neutrali.

 Riportare la responsabilità al centro

Da qui nasce l’urgenza di riportare la questione della responsabilità algoritmica al centro del dibattito pubblico. Serve un’analisi istituzionale seria delle tecnologie digitali, capace di svelare — e non solo subire — la loro dimensione di potere. E serve porsi una domanda scomoda ma necessaria: perché dovremmo fidarci ciecamente del sistema di persone che produce questi algoritmi? Gli algoritmi, come ogni artefatto umano, non sono neutrali. Implementano gli obiettivi di chi li progetta, e spesso questo significa ottimizzare i risultati aziendali a scapito di tutto il resto. La computazione resa possibile dai chip nei data center non è più uno strumento tra i tanti: è diventata la forma stessa della vita quotidiana, un nuovo paradigma con cui fare i conti.

 Le piattaforme non sono istituzioni

Qui arriviamo forse al punto più importante, quello che un’etica della tecnologia attenta alla componente umana non può permettersi di dare per scontato: se la nostra vita è ormai mediata dalle piattaforme, dobbiamo comunque ricordarci che le piattaforme non sono istituzioni. Per loro natura, le piattaforme privilegiano crescita e monetizzazione, attraverso l’estrazione di dati e l’ottimizzazione dell’engagement — spesso a scapito del benessere di chi le usa e delle comunità che le abitano. Promettono, all’inizio, emancipazione e una libertà apparente; ma il loro vero obiettivo è sottomettere l’utente alla propria infrastruttura tecnica, per estrarne valore. Le istituzioni, al contrario, pur con tutti i loro difetti storici, perseguono scopi che vanno oltre l’automazione e l’efficienza economica: offrono una base stabile su cui costruire, un contesto in cui dare significato alle cose che facciamo, una protezione — per quanto imperfetta — dalle forze incessanti del mercato.

 La vera sfida: una riforma, non una fuga

Il compito di un’etica della tecnologia consapevole, nell’epoca del potere computazionale, non è demonizzare la tecnica né rincorrere l’ennesima soluzione tecnologica che finirebbe per riprodurre gli stessi problemi. È accompagnare quella che potremmo chiamare una riforma istituzionale: usare la tecnologia in modo “intra-istituzionale”, cioè per rafforzare le istituzioni esistenti invece di sostituirle o svenderle al mercato privato. Istituzioni rinnovate dovrebbero essere modulari ma capaci di prendere posizione, digitali ma non ridotte a mercati della sorveglianza. Dovrebbero ottimizzare per il bene pubblico, non per il profitto di pochi. Non cercare di monopolizzare, ma di federare — creando lo spazio e il tempo per tutte quelle attività di cui una massa crescente di cittadini ha fame: significato, connessione, comunità.

 Non è un destino, è una scelta

Serve, come sostiene anche Pepi, una critica radicale e costante dell’ideologia che sostiene queste tecnologie — un lavoro paziente di linguaggio e di pensiero, capace di smascherare le forme ideologiche che si sono infiltrate nelle assunzioni inconsce della vita quotidiana. Ed è possibile farlo solo se cambiamo prospettiva sul nostro rapporto con la tecnologia: non un flusso inevitabile a cui adattarci, ma un insieme di scelte umane e politiche che possiamo ancora orientare. La posta in gioco è un futuro più significativo e più democratico — saldamente ancorato a istituzioni capaci di reggere il peso di questa trasformazione, senza perdere per strada la parte più importante: le persone.

Roberto Lorusso
Ceo & Founder 
Duc in Altum srl Società Benefit

Questo articolo introduce alcuni dei temi al centro di un percorso di riflessione più ampio su potere, etica e tecnologia. Ispirato a Paolo Benanti, dal suo libro “La nuova logica del dominio” (Editori Laterza), ho rielaborato le idee per un pubblico ampio. Nei prossimi contenuti approfondiremo come queste dinamiche si traducano in scelte concrete per organizzazioni, istituzioni e comunità.