La lezione di Pericle per l’era del potere computazionale

Siamo arrivati alla fine di un percorso che ha attraversato smartphone, artefatti tecnologici, algoritmi e nuove forme di potere. Per chiuderlo, però, non serve un ultimo concetto tecnico. Serve tornare indietro di duemilacinquecento anni, ad Atene, per ritrovare lì le domande che continuano a interrogarci oggi.

 Un principio messo alla prova

La separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario è stata pensata per garantire equilibrio e impedire abusi. Oggi questo principio è messo alla prova da un attore nuovo: l’intelligenza artificiale, sempre più presente nei processi decisionali e amministrativi. Da un lato promette efficienza e accesso più facile alla giustizia; dall’altro, se non vigilata, rischia di concentrare potere in mani sempre più ristrette, sfuggendo ai normali meccanismi di controllo democratico.Non è una crisi improvvisa. È una nuova puntata di un confronto antico quanto la civiltà: quello tra Kratos, il potere che si consolida e si struttura, ed ethos, la spinta critica che chiede conto di quel potere e lo richiama ai valori condivisi. Il digitale, la dimensione computazionale, i nuovi volti della concentrazione di potere: tutto questo non è altro che l’occasione per tornare alle radici della nostra convivenza civile.

 Il ritorno a Pericle

Questo interrogativo ci riporta, sorprendentemente, all’elogio della democrazia pronunciato da Pericle nell’Epitaffio raccontato da Tucidide. Pericle descriveva una società in cui il merito contava più della classe sociale d’origine, dove ciascuno veniva scelto per le cariche pubbliche in base a ciò in cui eccelleva, non per il censo. Una visione di uguaglianza di opportunità che, sorprendentemente, risuona ancora oggi. La tecnologia, in teoria, potrebbe essere lo strumento perfetto per realizzare quella stessa equità: abbattere barriere geografiche ed economiche, democratizzare l’accesso alla conoscenza. Eppure il divario digitale ci ricorda una verità scomoda: l’accesso alla tecnologia non è universale. Chi non ha gli strumenti o le competenze per muoversi nel mondo digitale rischia oggi di restare ai margini, proprio come un cittadino ateniese escluso dalla vita pubblica. La sfida etica è chiara: rendere il progresso digitale un fattore di inclusione, non una nuova linea di frattura sociale.

 Le leggi scritte e quelle non scritte

Pericle parlava anche delle leggi — specialmente di quelle create per proteggere le vittime di ingiustizia, e di quelle non scritte, che chi le viola paga con una vergogna riconosciuta da tutti. Oggi le regole che governano le nostre interazioni non sono soltanto quelle dei codici civili, ma anche quelle non scritte degli algoritmi. Questi meccanismi decidono cosa vediamo, con chi interagiamo, persino se otteniamo un prestito o un lavoro. La giustizia sociale, in questo scenario, dipende dalla trasparenza e dall’equità di questi sistemi: dobbiamo assicurarci che non perpetuino pregiudizi, ma riflettano davvero i nostri ideali di equità.

 Un modo di vivere, non solo una forma di governo

Per Pericle la democrazia non era soltanto un’istituzione, ma un modo di vivere quotidiano, fatto di rispetto reciproco: i cittadini ateniesi, diceva, non si adiravano col vicino se agiva secondo il proprio piacere, né infliggevano molestie che, pur non danneggiando, risultavano comunque sgradevoli alla vista. Le nostre interazioni digitali sono spesso lontane da questa visione. Piattaforme, social media e l’anonimato che spesso li accompagna hanno creato spazi in cui odio e molestie prosperano facilmente. La sfida etica, allora, è costruire comunità digitali non solo tecnologicamente avanzate, ma anche socialmente responsabili e rispettose della dignità altrui.

 Una stagione di potere etico

La stagione che stiamo vivendo non è soltanto una stagione di potere computazionale: deve diventare una stagione di potere etico. Dobbiamo usare la nostra intelligenza per progettare un futuro in cui la tecnologia serve l’umanità, e non il contrario — sviluppando sistemi non solo efficienti, ma anche giusti, inclusivi e democratici. La libertà di cui parlava Pericle — quella di godere dei beni prodotti da noi stessi come se non ci appartenessero più di quelli che ci giungono da altri popoli — va estesa alla sfera digitale, garantendo che i frutti del progresso tecnologico siano accessibili a tutti, non solo a chi già possiede risorse e competenze.

 L’appello finale

Il libro di Benanti si chiude con un appello semplice ma impegnativo: la vera grandezza del nostro tempo non si misurerà dalla velocità dei processori o dalla quantità di dati che sappiamo elaborare, ma dalla nostra capacità di affrontare le sfide etiche che il potere computazionale ci pone.  Come cittadini, dobbiamo esigere trasparenza e responsabilità. Come sviluppatori e professionisti, dobbiamo integrare l’etica nel cuore di ogni algoritmo, non aggiungerla come rifinitura a posteriori. Il futuro della democrazia e della giustizia sociale dipende da come sapremo rispondere a queste domande. Non possiamo, e non dobbiamo, opporci all’innovazione tecnologica e alle capacità che la computazione ci offre. Ma non vogliamo nemmeno arrenderci all’idea che questa diventi la fine delle democrazie. Dipenderà da come sapremo essere cittadini in questa seconda parte del terzo decennio del secolo: dalla nostra capacità di interrogare l’innovazione con uno sguardo etico, e dalla resilienza delle istituzioni democratiche che abbiamo costruito.

Kratos ed Ethos continueranno a confrontarsi, come hanno sempre fatto. Sta a noi decidere da che parte pende l’ago della bilancia.

Roberto Lorusso
Ceo & Founder 
Duc in Altum srl Società Benefit

Con questo articolo si conclude un ampio percorso di riflessione su potere, etica e tecnologia. Ispirato a Paolo Benanti, dal suo libro “La nuova logica del dominio” (Editori Laterza), ho rielaborato le idee per un pubblico ampio